Kabul Cafè

Sussurri e grida dall'Afghanistan

Il sogno di Parwiz

Piccola storia di Pasqua a conferma che non c’è limite ai sogni. Alla vigilia mi manda messaggio WA quello che era il mio giovanissimo interprete in un posto lontano e tanto diverso che si chiama Kabul. Ricordo Parwiz (il cognome non importa) come un ragazzo educatissimo, serio, preciso che già aveva imparato molto bene l’inglese, una maniera efficace per uscire dall’inferno. Mi scrive che sta a Roma, due giorni di vacanza, e se mi va di prendere un caffè. Certo che mi va ma impegni familiari sotto festività me lo impediscono. Scambio di foto, un abbraccio e la speranza di vederci alla prossima occasione. Parwiz nel frattempo è cresciuto, ha imparato pure il tedesco e ora è medico e lavora in Germania. E’ una semplice piccola storia con una morale, anzi due. Che il riscatto (dunque anche i sogni) dipende da noi, dal nostro impegno. E l’importanza delle lingue: in certe zone sono indispensabili per fuggire. Questa improvvisa, e inaspettata, sorpresa mi ha scosso molto, ricordando le Pasque passate in Afghanistan, come quella volta in ambasciata facendo finta di stare nella chiesa sottocasa, magari insieme a un vero eroe come Alberto Cairo. Sotto una serie di foto, compresa quella che mi ha mandato Parwiz per dimostrare che sta proprio a Roma: e non poteva che cogliere un’istantanea con il pullman della Rai. Un’eternità fa,  quando l’azienda ci mandava fuori anche per farci amare (oltre che informare dai luoghi dell’evento): nostalgia canaglia.

57180197_402857090496564_484776562177081344_n Parwiz è il secondo a destra.

57989068_2346492202300929_1765375040628457472_n Il secondo a sinistra.dd9835fde42f67054a03de63ec4ffd16 Al centro.

2f2ee271cec3c5c43245f6a1a96779bc Pasqua a Kabul (Cairo a sinistra)

57484789_415803212306533_3317874738809798656_n La foto di Parwiz davanti il Colosseo e …al pulman della Rai pronto per la via Crucis.

Afghanistan, la strage infinita

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La prima domanda, per conoscere la città, era chiedere l’origine delle ferite. Ma nessuno era in grado di distinguere l’ammasso di rovine: “chissà quali bombe, russe o americane”. Su ogni palazzo c’erano i segni pesanti di tutte le guerre che l’hanno violentata, da secoli. Il vecchio bazar dei quattro portici ormai un’enorme baracca, il mausoleo di Timur Shah sventrato, la fortezza di Bala Hissar un cumulo di macerie. Già nel dicembre del 2001, appena arrivati, la chiamavamo la città degli scheletri per almeno tre motivi. Per quell’infinito panorama di rovine, per i morti che tanti anni di guerre avevano provocato (“sei guerre” ci ricordò un vecchio mullah), ma anche per i segreti, le paure, i fantasmi che ancora attanagliavano Kabul. Eppure era una città variopinta, seppur ferita, incredibile ammasso di umanità. E piena di speranza e di fervore dopo la cacciata dei talebani. I mercati strapieni, il ritorno degli aquiloni, qualche timido tentativo di sbarazzarsi del burka. Ma i talebani in realtà non se ne erano mai andati, si erano solo rifugiati in montagna. Erano una minaccia più politica che militare perché gli Stati Uniti avevano fatto il solito errore: buttare bombe invece di regalare un pizzico di benessere. Così l’incubo non è mai sparito e non c’è mai stata pace.

Poi gli Stati Uniti hanno mollato la presa e le forze afghane hanno dimostrato di non essere in grado di garantire la sicurezza. Anche perché nel frattempo si è aperto un altro fronte violento del terrorismo con la comparsa dell’Isis.  Tre grandi attacchi negli ultimi dieci giorni, dall’assalto al’hotel Intercontinental alla strage dell’ambulanza (103 morti, 237 feriti) fino al kamikaze che ha colpito l’accademia militare (11 vittime).

E se è vero che il termometro della sicurezza è legato al sacrificio dei reporter, il segno che qualcosa non va è il bilancio dell’anno scorso: 9 giornalisti afghani uccisi, superati soltanto dal Messico (ma lì per colpa di un’altra guerra, contro i narcos), 9 esattamente come in Iraq a distanza di più di tre lustri dall’inizio del conflitto. Per un totale di 54 vittime.

Molto doloroso anche il bilancio militare alla conclusione della missione Isaf: 21 mila civili uccisi, 3500 soldati della coalizione, fra cui 54 italiani. E’ il risutato di un fallimento, altro che esportazione della democrazia.

Cairo, l’angelo degli storpi

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10 marzo 2004 – Sono appena tornato dal Wazira hospital. E’ il posto dove un italiano, Alberto Cairo, restituisce di fatto la vita a molti afghani sfortunati. Sapete chi è Cairo. Sta qui a Kabul da più di quindici anni, dai tempi della guerra con i russi, è rimasto per la guerra civile e poi ha subito anche il regime talebano. Rimette gli arti a quelli che li hanno persi durante le guerre e a chi, ancor oggi, salta sulle mine (soprattutto bambini, traditi dalla voglia di giocare). Ha deciso di vivere in Afghanistan, in silenzio. E’ molto affettuoso quando ci incontriamo ma odia le interviste. Mi diceva stamattina: “Purtroppo con l’Iraq si stanno dimenticando di noi. Invece gli afghani hanno ancora molto bisogno di aiuto”. E’ venuta anche una delegazione del contingente militare italiano. Il comandante Fabiani a vedere quei tronchi umani si è emozionato, come tutti noi. E ha avuto un’idea: una cassetta vicino alla pizzeria della caserma. Siamo tutti convinti che il cuore dei soldati sarà grande.

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