Kabul Cafè

Sussurri e grida dall'Afghanistan

Afghanistan, la strage infinita

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La prima domanda, per conoscere la città, era chiedere l’origine delle ferite. Ma nessuno era in grado di distinguere l’ammasso di rovine: “chissà quali bombe, russe o americane”. Su ogni palazzo c’erano i segni pesanti di tutte le guerre che l’hanno violentata, da secoli. Il vecchio bazar dei quattro portici ormai un’enorme baracca, il mausoleo di Timur Shah sventrato, la fortezza di Bala Hissar un cumulo di macerie. Già nel dicembre del 2001, appena arrivati, la chiamavamo la città degli scheletri per almeno tre motivi. Per quell’infinito panorama di rovine, per i morti che tanti anni di guerre avevano provocato (“sei guerre” ci ricordò un vecchio mullah), ma anche per i segreti, le paure, i fantasmi che ancora attanagliavano Kabul. Eppure era una città variopinta, seppur ferita, incredibile ammasso di umanità. E piena di speranza e di fervore dopo la cacciata dei talebani. I mercati strapieni, il ritorno degli aquiloni, qualche timido tentativo di sbarazzarsi del burka. Ma i talebani in realtà non se ne erano mai andati, si erano solo rifugiati in montagna. Erano una minaccia più politica che militare perché gli Stati Uniti avevano fatto il solito errore: buttare bombe invece di regalare un pizzico di benessere. Così l’incubo non è mai sparito e non c’è mai stata pace.

Poi gli Stati Uniti hanno mollato la presa e le forze afghane hanno dimostrato di non essere in grado di garantire la sicurezza. Anche perché nel frattempo si è aperto un altro fronte violento del terrorismo con la comparsa dell’Isis.  Tre grandi attacchi negli ultimi dieci giorni, dall’assalto al’hotel Intercontinental alla strage dell’ambulanza (103 morti, 237 feriti) fino al kamikaze che ha colpito l’accademia militare (11 vittime).

E se è vero che il termometro della sicurezza è legato al sacrificio dei reporter, il segno che qualcosa non va è il bilancio dell’anno scorso: 9 giornalisti afghani uccisi, superati soltanto dal Messico (ma lì per colpa di un’altra guerra, contro i narcos), 9 esattamente come in Iraq a distanza di più di tre lustri dall’inizio del conflitto. Per un totale di 54 vittime.

Molto doloroso anche il bilancio militare alla conclusione della missione Isaf: 21 mila civili uccisi, 3500 soldati della coalizione, fra cui 54 italiani. E’ il risutato di un fallimento, altro che esportazione della democrazia.

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Cairo, l’angelo degli storpi

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10 marzo 2004 – Sono appena tornato dal Wazira hospital. E’ il posto dove un italiano, Alberto Cairo, restituisce di fatto la vita a molti afghani sfortunati. Sapete chi è Cairo. Sta qui a Kabul da più di quindici anni, dai tempi della guerra con i russi, è rimasto per la guerra civile e poi ha subito anche il regime talebano. Rimette gli arti a quelli che li hanno persi durante le guerre e a chi, ancor oggi, salta sulle mine (soprattutto bambini, traditi dalla voglia di giocare). Ha deciso di vivere in Afghanistan, in silenzio. E’ molto affettuoso quando ci incontriamo ma odia le interviste. Mi diceva stamattina: “Purtroppo con l’Iraq si stanno dimenticando di noi. Invece gli afghani hanno ancora molto bisogno di aiuto”. E’ venuta anche una delegazione del contingente militare italiano. Il comandante Fabiani a vedere quei tronchi umani si è emozionato, come tutti noi. E ha avuto un’idea: una cassetta vicino alla pizzeria della caserma. Siamo tutti convinti che il cuore dei soldati sarà grande.

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La storia di Parwiz

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Ricordo Parwiz come un ragazzo molto educato. Poche parole, molti sorrisi e soprattutto modi molto gentili. Negli ultimi anni è stato il mio interprete a Kabul. Lo ha portato naturalmente Shafiq per aiutare a comprenderci. Aveva tanti sogni Parwiz Akbari ed era giusto, lui così giovane e già a un livello culturale alto per un afghano: conosceva inglese e tedesco perfettamente. Mi ha confidato una volta di voler andare in Germania, ma Facebook che talvolta unisce, mi ha fatto conoscere la sua storia: si è fermato negli Emirati Arabi. Adesso vive a Sharjah, una grande città sulla costa tra Dubai e Abu Dhabi. Fa il medico e sul profilo mostra orgogliosamente la sua divisa al pronto soccorso. Sono felice, gli voglio bene: c’è anche chi lascia l’inferno. Shafiq invece ancora vive a Kabul e mi chiede spesso di tornare.