Kabul Cafè

Sussurri e grida dall'Afghanistan

Cairo, l’angelo degli storpi

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10 marzo 2004 – Sono appena tornato dal Wazira hospital. E’ il posto dove un italiano, Alberto Cairo, restituisce di fatto la vita a molti afghani sfortunati. Sapete chi è Cairo. Sta qui a Kabul da più di quindici anni, dai tempi della guerra con i russi, è rimasto per la guerra civile e poi ha subito anche il regime talebano. Rimette gli arti a quelli che li hanno persi durante le guerre e a chi, ancor oggi, salta sulle mine (soprattutto bambini, traditi dalla voglia di giocare). Ha deciso di vivere in Afghanistan, in silenzio. E’ molto affettuoso quando ci incontriamo ma odia le interviste. Mi diceva stamattina: “Purtroppo con l’Iraq si stanno dimenticando di noi. Invece gli afghani hanno ancora molto bisogno di aiuto”. E’ venuta anche una delegazione del contingente militare italiano. Il comandante Fabiani a vedere quei tronchi umani si è emozionato, come tutti noi. E ha avuto un’idea: una cassetta vicino alla pizzeria della caserma. Siamo tutti convinti che il cuore dei soldati sarà grande.

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La storia di Parwiz

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Ricordo Parwiz come un ragazzo molto educato. Poche parole, molti sorrisi e soprattutto modi molto gentili. Negli ultimi anni è stato il mio interprete a Kabul. Lo ha portato naturalmente Shafiq per aiutare a comprenderci. Aveva tanti sogni Parwiz Akbari ed era giusto, lui così giovane e già a un livello culturale alto per un afghano: conosceva inglese e tedesco perfettamente. Mi ha confidato una volta di voler andare in Germania, ma Facebook che talvolta unisce, mi ha fatto conoscere la sua storia: si è fermato negli Emirati Arabi. Adesso vive a Sharjah, una grande città sulla costa tra Dubai e Abu Dhabi. Fa il medico e sul profilo mostra orgogliosamente la sua divisa al pronto soccorso. Sono felice, gli voglio bene: c’è anche chi lascia l’inferno. Shafiq invece ancora vive a Kabul e mi chiede spesso di tornare.

Kabul, la prima donna comandante della polizia

poliziotta-afgana-561--300x260Il colonnello Jamila Bayaz, 50 anni, mamma di 5 bambini, è la prima donna al comando di un distretto di Polizia di Kabul in Afghanistan. Velo rigorosamente nero, uniforme grigio con una sfilza di stellette e solo un filo di trucco. “Non è un’opportunità solo per me, ma per tutte le donne afghane. Lavoro sempre, giorno e notte”, ha dichiarato la donna durante la cerimonia di consegna. Il neo colonnello ricorda molto Saba Sahar, la prima regista della storia dell’Afghanistan, nonchè attrice del celebre telefilm Il commissario Amanyllah, in onda sul canale arabo di Ariana Tv e seguitissimo dagli afghani. Saba interpreta il ruolo di una poliziotta tosta che non si lascia corrompere.  fonte

Quarant’anni, madre di sei figli, Malalai Kakar due anni fa aveva deciso di togliersi il burka. Aveva fatto di più: aveva ripreso il lavoro di poliziotta che svolgeva prima del regime talebano. Con il grado di capitano dirigeva a Kandahar il dipartimento dei reati sessuali. Un affronto per i tagliagole, proprio nella loro tana,  così ieri mattina l’hanno uccisa con un colpo in testa sulla porta di casa davanti a un figlio, anche lui moribondo. Sappiamo tutti che il riscatto di un Paese passa sempre attraverso le rivoluzioni femminili e fu un grande segno l’arruolamento qualche anno fa delle donne nella polizia. Ricordo le prime, a Kabul nel 2004. Per celebrare l’8 marzo andai all’accademia di polizia e trovai trenta reclute coraggiose [foto]. Chiesi alla più giovane, Awra, perchè. “Per aiutare la mia gente” mi rispose semplicemente. Sembrava l’inizio di una svolta. I primi a capirlo furono proprio i talebani che da tempo si sono accaniti su chi si arruola. Soltanto negli ultimi sei mesi sono stati uccisi 720 poliziotti. Prima di Malalai è stata fatta fuori un’altra poliziotta a Herat. Altre sono state minacciate pesantemente a Bamjian. La strada è ancora difficile, soprattutto lunga. [28 settembre 2008]

poliziotte 2La storia di Fausia e il mondo visto attraverso una retina