Kabul Cafè

Sussurri e grida dall'Afghanistan

Cosa significa bruciare il Corano

Pare che si sia trattato di un incidente. O meglio, la stupidaggine di qualche sottufficiale americano che ha deciso di bruciare materiale religioso islamico senza rendersi conto che c’erano almeno quattro copie del Corano. Sapete cosa sta succedendo adesso in Afghanistan: cinque morti durante le proteste della folla e l’ambasciata di Kabul assediata. Il fattaccio è avvenuto nella base di Bagram dove i militari statunitensi si sono asserragliati lasciando il campo all’esercito locale in realtà con scarsi risultati. Sono stato, anzi ho dormito in quella base supersegreta dove c’è, tra l’altro, una Guantanamo bis. Ho dormito peraltro anche nell’ambasciata americana di Kabul dove mi sentivo talmente protetto da sembrare prigioniero. Dunque parlo di luoghi che conosco. Il problema sta tutto qui. Chiusi in quei bunker si perde spesso di vista la realtà, sicuramente non si conosce cosa e soprattutto chi c’è fuori. Specie per quella massa di soldati volontari che magari per la prima volta operano all’estero e talvolta in posti totalmente sconosciuti. Vale per l’Afghanistan e vale per l’Iraq. Ho fatto amicizia con molti marines, ragazzi simpatici e preparati, ma che neppure avevano idea di dove si trovavano. Non parliamo poi della cultura. Il dramma di Falluja è cominciato quando volevano mettere la base in una moschea. A sud ne hanno piazzata comunque una intorno alla casa di Abramo. E ricordo pure con raccapriccio che avevano piazzato una vedetta in cima, toh, alla torre di Babele.   La cultura islamica certamente è lontana dalla nostra, ma l’impegno di un esercito che conquista un altro territorio è comunque di rispettarla e di avvicinarsi a quel popolo. Se non si riesce a capire cosa significa per un afghano (o un iraqeno) il Corano sicuramente l’odio è fatale.

Il coraggio di Mobina

Ha gli occhi marroni e grandi, Mobina Khairandish, direttrice di Radio Rabia Balkhi, un’emittente indipendente che trasmette da Mazar – i Sharif , a nord dell’ Afghanistan, e che parla in particolare alle donne. La nostra intervista si svolge su Skype con l’amorevole aiuto del marito, che fa da interprete. Mobina è l’ideatrice, conduttrice e produttrice del programma “A mani aperte” che va in onda, il lunedì, il giovedì e il sabato alle 9 del mattino. Trasmette in tre lingue, il dari, il pashto e l’ozbek, in questo modo è possibile raggiungere tutte le comunità presenti sul territorio. «Analizziamo aspetti religiosi e legali della condizione femminile per incoraggiare le donne a rivendicare i propri diritti. Spieghiamo loro a chi rivolgersi e come farlo. Il titolo che abbiamo scelto vuol spiegare che oggi le afgane hanno “le mani aperte”, possono chiedere maggiori diritti con la speranza di ottenerli. Nella puntata di sabato ci occuperemo dei diritti delle donne incarcerate. I casi riguardano soprattutto persone che sono fuggite dal tetto coniugale (e ciò rappresenta un reato) o hanno ucciso il marito a seguito delle violenze subite». Mobina è una giornalista, laureata all’università di Balkh, ha da poco compiuto 30 anni e ha un figlio di due. La situazione per le donne in Afghanistan è peggiorata dal 2006, quando i talebani hanno ripreso il controllo di parte del territorio. Ora va stabilizzandosi, almeno stando alle parole di Mobina: «ora le donne sono più consapevoli dei propri diritti. Non tutte ma una buona parte, sa di aver diritto all’istruzione, a non subire violenza e di poter denunciare i soprusi subiti, a casa o fuori».  segue

Clamorose accuse di “Kash” Torsello: tutte le sue verità sul sequestro

“Caro dott. Strada, non ci conosciamo personalmente, ma seguo spesso il suo lavoro attraverso i media, con particolare attenzione all’ospedale di Emergency a Lashkar-Gah nell’Helmand, la regione afghana dove fui sequestrato il 12 ottobre del 2006 e rilasciato il 3 novembre dello stesso anno. In quel periodo, quando i sequestratori mi chiesero di dar loro un numero di telefono da contattare per avviare eventuali trattative, diedi il biglietto di visita di Rahmatullah Hanefi, il responsabile della sicurezza dell’ospedale di Emergency a Lashkar-Gah.  Avrei poputo dare un altro numero, come quello di uno dei tanti giornalisti che conoscevo (locali ed esteri) o addirittura il numero dell’Ambasciata Italiana, ma scelsi propro quello di Rahmatullah. (…) Avrei tante domande riguardo il mio sequestro e il comportamento del personale dell’ospedale di Emergency a Lashkar-Gah (sia afghano che italiano), ma considerando che lei in questo periodo è impegnatissimo a svolgere il lavoro fundrising per Emergency, che apprezzo e sostengo, vorrei, al momento, porle solo qualche domanda”. Kash Gabriele Torsello  IL TESTO COMPLETO

Afghanistan 2003