Kabul Cafè

Sussurri e grida dall'Afghanistan

La storia di Parwiz

156252_605589306182167_1808296111_n  parw

Ricordo Parwiz come un ragazzo molto educato. Poche parole, molti sorrisi e soprattutto modi molto gentili. Negli ultimi anni è stato il mio interprete a Kabul. Lo ha portato naturalmente Shafiq per aiutare a comprenderci. Aveva tanti sogni Parwiz Akbari ed era giusto, lui così giovane e già a un livello culturale alto per un afghano: conosceva inglese e tedesco perfettamente. Mi ha confidato una volta di voler andare in Germania, ma Facebook che talvolta unisce, mi ha fatto conoscere la sua storia: si è fermato negli Emirati Arabi. Adesso vive a Sharjah, una grande città sulla costa tra Dubai e Abu Dhabi. Fa il medico e sul profilo mostra orgogliosamente la sua divisa al pronto soccorso. Sono felice, gli voglio bene: c’è anche chi lascia l’inferno. Shafiq invece ancora vive a Kabul e mi chiede spesso di tornare.

Kabul, la prima donna comandante della polizia

poliziotta-afgana-561--300x260Il colonnello Jamila Bayaz, 50 anni, mamma di 5 bambini, è la prima donna al comando di un distretto di Polizia di Kabul in Afghanistan. Velo rigorosamente nero, uniforme grigio con una sfilza di stellette e solo un filo di trucco. “Non è un’opportunità solo per me, ma per tutte le donne afghane. Lavoro sempre, giorno e notte”, ha dichiarato la donna durante la cerimonia di consegna. Il neo colonnello ricorda molto Saba Sahar, la prima regista della storia dell’Afghanistan, nonchè attrice del celebre telefilm Il commissario Amanyllah, in onda sul canale arabo di Ariana Tv e seguitissimo dagli afghani. Saba interpreta il ruolo di una poliziotta tosta che non si lascia corrompere.  fonte

Quarant’anni, madre di sei figli, Malalai Kakar due anni fa aveva deciso di togliersi il burka. Aveva fatto di più: aveva ripreso il lavoro di poliziotta che svolgeva prima del regime talebano. Con il grado di capitano dirigeva a Kandahar il dipartimento dei reati sessuali. Un affronto per i tagliagole, proprio nella loro tana,  così ieri mattina l’hanno uccisa con un colpo in testa sulla porta di casa davanti a un figlio, anche lui moribondo. Sappiamo tutti che il riscatto di un Paese passa sempre attraverso le rivoluzioni femminili e fu un grande segno l’arruolamento qualche anno fa delle donne nella polizia. Ricordo le prime, a Kabul nel 2004. Per celebrare l’8 marzo andai all’accademia di polizia e trovai trenta reclute coraggiose [foto]. Chiesi alla più giovane, Awra, perchè. “Per aiutare la mia gente” mi rispose semplicemente. Sembrava l’inizio di una svolta. I primi a capirlo furono proprio i talebani che da tempo si sono accaniti su chi si arruola. Soltanto negli ultimi sei mesi sono stati uccisi 720 poliziotti. Prima di Malalai è stata fatta fuori un’altra poliziotta a Herat. Altre sono state minacciate pesantemente a Bamjian. La strada è ancora difficile, soprattutto lunga. [28 settembre 2008]

poliziotte 2La storia di Fausia e il mondo visto attraverso una retina

 

Quella piscina nel quartiere dei talebani

214400545-34794d11-4d96-4098-88c1-f1df7baf53f0Un attacco armato condotto da kamikaze talebani afghani contro il ristorante la ‘Taverne du Liban’ nel centrale quartiere di Wazir Akbar Khan a Kabul, ha causato la morte di 21 persone, compresi tre attentatori, fra cui anche un alto funzionario del Fondo monetario internazionale e quattro membri dello staff delle Nazioni Unite. Il segretario generale Ban Ki-moon “condanna nei termini più forti” l’attentato, e porge le sue condoglianze alle famiglie delle vittime.Tra le vittime accertate anche un britannico, un libanese, cittadini canadesi, un cittadino danese, membro della missione di polizia dell’Unione Europea Eupol, cinque donne e il proprietario del ristorante “La Taverne du Liban”, uno dei più frequentati dal personale delle organizzazioni internazionale, da cooperanti e diplomatici. La Farnesina sta verificando l’eventuale presenza di italiani. fonte

La mia prima abitazione a Kabul era proprio in quel quartiere, sempre considerato la parte più nobile della capitale afghana. Era il dicembre del 2001, i talebani se ne erano appena andati. Una villetta era diventata “Casa Rai”, ci stavamo in otto, cambiandoci a ogni turno che non durava meno di un mese. La coabitazione, fra adulti, non era semplice ma eravamo carichi dell’entusiasmo di scoprire dal di dentro un Paese martoriato e magico. Conservo molte foto di quella primissima esperienza e soprattutto mi piace leggere oggi quelle impressioni iniziali tratte da uno dei miei libri a cui tengo di più, “Kabul, la città che non c’è”. Poi ho scoperto che invece Kabul c’è e in qualche maniera mi manca.

k 003

Arriviamo a Kabul che ancora è giorno, per fortuna. Finalmente conosco quella che sarà la mia casa per un pò di tempo. E’ in periferia, nel quartiere cosiddetto residenziale di Wazir Akbar Khan: qui ci abitavano i comandanti russi quando Mosca aveva conquistato la capitale e, più di recente, i capi dei talebani. L’idea del lusso, come dire, c’è: piccola piscina in giardino, grande salone con annesso bar, ma non vi dico le condizioni. Oltretutto la luce va e viene, l’acqua pure, mangiare è un rischio serio. Scrivo queste prime note su Kabul al buio senza, in effetti, aver ancora conosciuto Kabul. Poi m’infilo sulla brandina, dentro un sacco a pelo. Appena arrivato mi rendo conto già che sarà dura. [28 dicembre 2001]  La mia prima casa a Kabul